damian who?

KC tama

Se siete avvezzi al basket di strada, saprete che le città più importanti dello streetball a stelle e strisce sono New York e Los Angeles.

La Big Apple e la sua grande tradizione di point-guard; Venice Beach con i suoi campi dagli scenari mozzafiato.

Sei ore di macchina più a nord di LA però, potete trovare un’ altra zona, quella della Bay Area, vera è propria fucina di talenti per lo sport professionistico in generale e del basket in particolare.

Oakland è sempre stata famosa per i suoi playground e per l’ elevato livello di gioco espresso su di essi. Jason Kidd e Gary Payton, giusto per citarne due, sono stati tra gli ultimi a sfondare nel mondo professionistico tenendo viva la tradizione cittadina.

Damian Lillard viene proprio dalla città della baia dove, fino al 2007, ha frequentato la Oakland High School allenata da Orlando Watkins venendo nominato nel First Team all-league nei suoi anni da junior e senior tenendo medie vicine ai trenta punti con un massimo realizzativo di 45.

Nonostante il rendimento, Lillard, non era considerato tra i migliori talenti del paese tanto da venir snobbato dalle grandi università ed accettando la proposta di Weber State.

Ora, se siete degli amanti del college basket forse questo ateneo potrebbe anche ricordarvi qualcosa (famoso l’ upset ai danni di Michigan State nel ’95 e quello a UNC del ’99, la squadra non partecipa al torneo dal 2007), per i meno esperti vi basti sapere che si trova nello Utah, ad Ogden che non è proprio Oakland, e che appartiene alla Big Sky Conference, non esattamente la Big East per livello e competitività.

Damian ha riscritto, nei suoi quattro anni a WSU (uno dei quali passato a guardare i propri compagni a causa di un grave infortunio al piede e quindi non conteggiato a livello sportivo), molti dei record scolastici e della Conference, facendo ricredere chiuque riguardo alle sue reali potenzialità sia a livello collegiale che NBA.

Nel suo anno da junior Lillard ha guidato la classifica dei marcatori dell’ intero paese per gran parte della stagione finendo poi al secondo posto assoluto con 24,5 ppg e andando in doppia cifra in ognuna delle 32 partite giocate dai suoi WildCats, ventelleggiando 22 volte, scollinando oltre i 30 in otto occasioni e raggiungendo quota 40 nelle restanti due partite con carrier high di 41 contro Portland State.

Insomma, una carriera da protagonista che lo ha portato alla ribalta nazionale tanto da venir scelto con il numero 6 assoluto al draft 2012 dai Portland Trail Blazers, prima di due stelle a livello collegiale come Harrison Barnes da UNC e Austin Rivers da Duke University.

L’ impatto che Damian Lillard avrebbe potuto avere nella lega è parso subito chiaro durante la Summer League di Las Vegas dove il prodotto da Weber State ha chiuso come co-MVP e miglior realizzatore del torneo.

Nessuno poteva credere però che, nella sua prima gara da professionista, contro gli LA Lakers di Nash, Bryant, Howard e compagnia cantante Damian potesse entrare nella storia della lega.

Ho avuto la fortuna di poter vedere la partita in diretta, Lillard ha letteralmente dominato il palcoscenico dimostrando di poter essere già oggi la guida di questi giovani Blazers, e chiudendo la gara con 23 punti e 11 assist.

Leggendoli così questi numeri potrebbero sembrare ottimi ma non certo straordinari.. E se vi dicessi che gli unici due giocatori della storia ad aver esordito in NBA con un 20+10 sono stati Oscar Robertson e Isiah Thomas?!

Terry Stots, coach di Portland alla fine della gara dichiarava: “it was pretty impressive”..

Impressionante come il suo modo di stare in campo contro una delle squadre più forti della lega, impressionante come il suo gioco e la facilità nel trovare i propri compagni liberi, impressionante come la varietà di soluzioni per concludere a canestro.

Al di là della prestazione monstre nel season opener, Lillard sembra essere la prima scelta azzeccata di Portland da parecchi anni a questa parte. Ora in Oregon tutti sperano che questa talentuosa PG resti sana e che da lui si possa iniziare una ricostuzione troppe volte abbozzata ma sempre frenata da scelte sbagliate o dal fato avverso (chiedere nella rip city di Greg Oden e Brandon Roy).

Chissà che tra vent’anni, parlando dei talenti cresciuti nella città di Oakland, non si possa parlare anche di questo ragazzo che è dovuto andare fino a Ogden per trovare la sua consacrazione e continuare a tenere viva la tradizione dei playground della Bay Area.

 

 

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